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Mamma
mia quanto è difficile iniziare a parlare delle opere di questo Autore,
non perché non ispiri qualcosa da scrivere, anzi, l’esatto contrario.
Le immagini scorrono in maniera elegante sul video del computer,
nell’esame si innescano spunti di idee e punti di osservazione dovuti
sia alla complessità delle immagini sia per la tecnica usata per fare di
una singola foto un pezzo unico.
Andreini
nato in Belgio, ma di origini italiane ed il cognome non lo smentisce, ha
fatto della propria fotografia l’interpretazione di una sorta di viaggio
con lo sguardo un pò voyeristico nell’intimità femminile, lo fa nel
rispetto di una garbata disamina di atteggiamenti, accenni di movimenti e
posture e, a questo Autore, bastano accenni, bastano aperture ed
elaborazioni per delineare l’armonica forma, ora viva, ora ammiccante,
ora invitante, ora riservata della forma più viva e palpitante che il
Gran Regolatore di tutte le cose abbia creato, la donna, in questo caso,
la donna nella sua nudità mai denudata e vestita del fascinoso ed
ammaliante alone di immaginate sete morbide e nardi inebrianti.
Qualche
anno fa, un Artista che aveva il proprio studio sui Navigli a Milano di
cui non ricordo il nome, aveva in progetto una scultura enorme per
dimensioni, alta dieci metri, non so se mai l’abbia realizzata, questa
avrebbe dovuto essere un pube di donna e si sarebbe dovuto chiamare “
Grande ricciolo di donna…., ti mangerei di baci….”. Forse tutti i
maschietti sanno bene quanto quel “ti mangerei di baci” sia legato ad
un certo richiamo di cannibalismo erotico, sicuramente innescato alla
vista di certe dolcezze svestite, specialmente suscitato in quelle persone
in cui il “rapporto” non si esaurisce ad un solo atto meccanico, ma
sia preparato nei giochi fantasiosi di quei dolcissimi preliminari di
tenerezze in uso in quasi tutte le culture (speriamo!). Cannibalismo
erotico… non ho saputo dissociarmi da questa bonaria definizione dalle
sensazioni che può provocare una donna come “la donna” di Andreini,
pensando che normalmente la rappresentazione del monte di Venere è
popolata di riccioletti monelli e inducono quel tenero cannibalismo, un
pube glabro ne muove di nuove ancora per quel suo inequivocabile donarsi
agli occhi, offrirsi ai sensi e spalancare interiori finestre di fantasie
di colori, odori, sentimento e passione.
La
prima fotografia, lasciapassare per l’originale viaggio, è quella di un
volto a toni gravi dalla misteriosa espressione, può essere tutto come
niente, ma sicuramente se osservata da un uomo, intrigante. Poi il cammino
continua costellato da nudi non nudi, celanti e palesanti allo stesso
tempo la intima relazione del corpo mostrato ad un lettore anonimo,
sconosciuto all’attrice di queste immagini, nonché all’autore delle
fotografie, nascondendo il volto del soggetto, Andreini, fa prorompere i
suoi corpi e li installa nell’intimità di chi le guarda stuzzicando
passione ed un velato senso di eros. Le mani, sapientemente poste nelle
campiture, ne esaltano il mostrare, quelle mani non più di adolescente
sensualizzano responsabilmente il gesto e si rendono complici del tutto.
La sorta di storia messa su da Andreini conduce altrove, dopo un iniziale
rapporto con i sensi, porta alla magnificenza della maternità, aspetto
mostrato con partecipazione del soggetto nella sua importanza capitale. Le
parti più intime non sono più mostrate, sta per compiersi qualcosa e,
quelle, diventano qualcosa di altro, organo della grande infusione della
vita a qualcosa che sarà dopo l’atto d’amore, sarà un qualcuno a cui
sarà data consapevolezza del suo corpo, del suo essere donna od uomo,
espressione a loro volta di una sensuale fisicità se celata o mostrata
poco importa.
Un
paio di gambe zebrate, una sedia, uno specchio, strumenti che appaiono di
quando in quando, conferme di cui la donna abbisogna per la consapevolezza
di una presenza nel mondo, orpelli e simboli diversi tra loro compagni di
un cammino che porta ad una consapevole spoliazione.
Il
tema così affascinante per lo scrivente, ha messo in secondo ordine
l’aspetto di quella unicità di ogni foto, infatti l’Autore impiega
diverse tecniche di arricchimento delle proprie immagini che nascono sì
come normali fotografie, ma in un processo di post produzione, con
l’impiego di materiali e supporti speciali, arriva al completamento di
un sentire l’arte influenzata da più correnti, a cavallo, com’è ogni
opera, tra fotografia e pittura. In questa silloge figura una figura di
donna dall’aspetto sereno e semplice, trattata come immagine all’Andreini,
riconduce alla pittura di Lorenzo Viani di cui forse qualcuno ricorda il
dipinto “La moglie del marinaio”. Il collegamento forse, anche se
casuale, non è banale, Andreini sa scrivere con tutto quello che impiega
per manifestarsi, proprio come Viani che dell’immagine ne faceva l’uso
del nostro fotografo e scriveva delle fasi dell’uomo, argomento per
argomento.
Carlo
Ciappi
21
gennaio 2008
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