GALLERIA GRANDI AUTORI

 

Claude Andreini

 

di Carlo Ciappi

Mamma mia quanto è difficile iniziare a parlare delle opere di questo Autore, non perché non ispiri qualcosa da scrivere, anzi, l’esatto contrario. Le immagini scorrono in maniera elegante sul video del computer, nell’esame si innescano spunti di idee e punti di osservazione dovuti sia alla complessità delle immagini sia per la tecnica usata per fare di una singola foto un pezzo unico.

Andreini nato in Belgio, ma di origini italiane ed il cognome non lo smentisce, ha fatto della propria fotografia l’interpretazione di una sorta di viaggio con lo sguardo un pò voyeristico nell’intimità femminile, lo fa nel rispetto di una garbata disamina di atteggiamenti, accenni di movimenti e posture e, a questo Autore, bastano accenni, bastano aperture ed elaborazioni per delineare l’armonica forma, ora viva, ora ammiccante, ora invitante, ora riservata della forma più viva e palpitante che il Gran Regolatore di tutte le cose abbia creato, la donna, in questo caso, la donna nella sua nudità mai denudata e vestita del fascinoso ed ammaliante alone di immaginate sete morbide e nardi inebrianti.

Qualche anno fa, un Artista che aveva il proprio studio sui Navigli a Milano di cui non ricordo il nome, aveva in progetto una scultura enorme per dimensioni, alta dieci metri, non so se mai l’abbia realizzata, questa avrebbe dovuto essere un pube di donna e si sarebbe dovuto chiamare “ Grande ricciolo di donna…., ti mangerei di baci….”. Forse tutti i maschietti sanno bene quanto quel “ti mangerei di baci” sia legato ad un certo richiamo di cannibalismo erotico, sicuramente innescato alla vista di certe dolcezze svestite, specialmente suscitato in quelle persone in cui il “rapporto” non si esaurisce ad un solo atto meccanico, ma sia preparato nei giochi fantasiosi di quei dolcissimi preliminari di tenerezze in uso in quasi tutte le culture (speriamo!). Cannibalismo erotico… non ho saputo dissociarmi da questa bonaria definizione dalle sensazioni che può provocare una donna come “la donna” di Andreini, pensando che normalmente la rappresentazione del monte di Venere è popolata di riccioletti monelli e inducono quel tenero cannibalismo, un pube glabro ne muove di nuove ancora per quel suo inequivocabile donarsi agli occhi, offrirsi ai sensi e spalancare interiori finestre di fantasie di colori, odori, sentimento e passione.

La prima fotografia, lasciapassare per l’originale viaggio, è quella di un volto a toni gravi dalla misteriosa espressione, può essere tutto come niente, ma sicuramente se osservata da un uomo, intrigante. Poi il cammino continua costellato da nudi non nudi, celanti e palesanti allo stesso tempo la intima relazione del corpo mostrato ad un lettore anonimo, sconosciuto all’attrice di queste immagini, nonché all’autore delle fotografie, nascondendo il volto del soggetto, Andreini, fa prorompere i suoi corpi e li installa nell’intimità di chi le guarda stuzzicando passione ed un velato senso di eros. Le mani, sapientemente poste nelle campiture, ne esaltano il mostrare, quelle mani non più di adolescente sensualizzano responsabilmente il gesto e si rendono complici del tutto. La sorta di storia messa su da Andreini conduce altrove, dopo un iniziale rapporto con i sensi, porta alla magnificenza della maternità, aspetto mostrato con partecipazione del soggetto nella sua importanza capitale. Le parti più intime non sono più mostrate, sta per compiersi qualcosa e, quelle, diventano qualcosa di altro, organo della grande infusione della vita a qualcosa che sarà dopo l’atto d’amore, sarà un qualcuno a cui sarà data consapevolezza del suo corpo, del suo essere donna od uomo, espressione a loro volta di una sensuale fisicità se celata o mostrata poco importa.

Un paio di gambe zebrate, una sedia, uno specchio, strumenti che appaiono di quando in quando, conferme di cui la donna abbisogna per la consapevolezza di una presenza nel mondo, orpelli e simboli diversi tra loro compagni di un cammino che porta ad una consapevole spoliazione.

Il tema così affascinante per lo scrivente, ha messo in secondo ordine l’aspetto di quella unicità di ogni foto, infatti l’Autore impiega diverse tecniche di arricchimento delle proprie immagini che nascono sì come normali fotografie, ma in un processo di post produzione, con l’impiego di materiali e supporti speciali, arriva al completamento di un sentire l’arte influenzata da più correnti, a cavallo, com’è ogni opera, tra fotografia e pittura. In questa silloge figura una figura di donna dall’aspetto sereno e semplice, trattata come immagine all’Andreini, riconduce alla pittura di Lorenzo Viani di cui forse qualcuno ricorda il dipinto “La moglie del marinaio”. Il collegamento forse, anche se casuale, non è banale, Andreini sa scrivere con tutto quello che impiega per manifestarsi, proprio come Viani che dell’immagine ne faceva l’uso del nostro fotografo e scriveva delle fasi dell’uomo, argomento per argomento.

 

 

Carlo Ciappi

21 gennaio 2008