GALLERIA GRANDI AUTORI

 

LEO REGNIER

 

di Carlo Ciappi

 

Ogni qualvolta nell’aria si muovono le note di una qualsiasi musica appaiono agli occhi della memoria o del sentimento alcune sensazioni, esse saranno profumi legati alla volta in cui eravamo in compagnia di qualcuno in particolare, stati emotivi di situazioni legati al primo ascolto di quella musica, tutto riemerge e per un momento e galleggia in noi come ninfea sull’acqua. Questa sensazione la subiamo perché la nostra vita è inevitabilmente legata alla nostra colonna musicale, l’armonia che ha accompagnato la nostra esistenza; ma la musica si può anche incuneare in noi quasi indelebilmente perché affascinati dalle semantiche espresse da un pezzo musicale che ha un sentimento affine al nostro sentire, allora non appaiono più soltanto sentimenti, ma simboli e con i simboli la chiave della vita o un aspetto di questa.

Quando osserviamo una silloge fotografica, piuttosto di una singola fotografia che potrebbe essere limitativa, viene fuori il carattere dell’autore e dall’insieme delle letture riformiamo, per le semantiche ricevute, uno stato di sentimento ed emergono dei simboli che il sentimento stesso, a loro volta, racchiudono in loro come peculiarità.

Visionando le foto di questa raccolta, formata dal brasiliano Règnier, il primo simbolo che mi è affiorato alla mente è quello dell’assenzio. Il simbolo di questa pianta aromatica conduce alla mancanza di ogni dolcezza, rappresenta il dolore, però un particolare dolore, l’amarezza e, soprattutto, il dolore provocato dall’assenza e dall’attesa che non ha esito felice.

In quei bianco neri si sommano visioni diverse, non un racconto dal filo conduttore legante una storia, piuttosto il filo del sentimento espresso dalle immagini considerate singolarmente, ancor di più accresciuto dall’insieme  di queste; il sentimento è quello dell’attesa, molteplici sono  le tipologie di queste attese. Sono palmizi che attendono il placarsi della tempesta; sono geometrie che aspettano il compiersi di qualcosa con quel loro lasciar filtrare la luce in modo spezzato da grate ed ornamenti vari, ma non occludenti come fa la barriera della speranza nell’attesa; sono volte di una chiesa che si evolvono nelle loro volute tanto da affascinare lo spettatore che, da queste, aspetta un ritorno di luce illuminante l’intimo. Sono attese dietro gli spessi vetri di un aeroporto indicanti la realtà di una vita ancora non in grado di innalzarsi in volo; sono attese nel chiostro che sottendono cose da attendere governate da altri e dalle loro volontà, data l’austerità del luogo; è l’ambiguità dell’aspettare di due donne vicino ad una porta che innesca pensieri altri; è l’attesa davanti all’elemento primordiale per eccellenza, l’acqua, di quel giovane che forse dal diuturno fluire del mare aspetta l’energia per dare una mossa alla propria esistenza. L’autore pone una panchina su cui siede una vita, confine e barriera tra il consumismo dei negozi e l’indigenza; poi ci sono tanti mezzi di trasporto in attesa di essere messi in movimento, pure loro nell’attesa e, per di più, costretti ogni volta da qualche ostacolo; uno strumento simbolo di varie accezioni, un mazzo di chiavi, perdute sull’asfalto, piccolo oggetto inanimato che potrebbe sembrare non parlare, ma lo fa ampiamente con il significato simbolico dell’oggetto che pare fermare un rientro alla dimora abituale, all’intimità di cui ogni uomo ha necessità. Il fotografo ha ripreso dei piedi, quelli di un musicista che attendono, aspettano il tempo per iniziare il volo delle note, il battere del ritmo in un locale chiuso, forse lo stesso ambiente dove figura un boccale di birra pure lui in attesa di donare un leggero cambiamento umorale al bevitore, ma la sintesi di questo sentire malinconico è la fotografia del nulla, dove la vacuità incontra la visione effimera, l’ombra.  E’ questa figura di una non presenza, meglio dire della presenza negata, che mi ha condotto più delle altre alla sintesi del simbolo dell’assenzio, forse per quello che la figura vive, un transito breve, là su un muro non patinato e, quell’ombra, parla di smarrimento nel gioco di luci ed ombre in cui si dibatte l’umano da sempre.

Nella fotografia di Règnier un nuovo esempio di fotografia narrativa dalla forte potenza evocatrice di cose altre, quelle intime che percorrono una strada singolare, quella che dagli occhi conduce al cuore, di qui si sposta in senso ascensionale su tutta l’estensione della spina dorsale su cui si forma una scarica di freddo,….un brivido, insomma, un brivido in bianco e nero. 

 

Carlo Ciappi

31 gennaio 2008