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Ogni
qualvolta nell’aria si muovono le note di una qualsiasi musica appaiono
agli occhi della memoria o del sentimento alcune sensazioni, esse saranno
profumi legati alla volta in cui eravamo in compagnia di qualcuno in
particolare, stati emotivi di situazioni legati al primo ascolto di quella
musica, tutto riemerge e per un momento e galleggia in noi come ninfea
sull’acqua. Questa sensazione la subiamo perché la nostra vita è
inevitabilmente legata alla nostra colonna musicale, l’armonia che ha
accompagnato la nostra esistenza; ma la musica si può anche incuneare in
noi quasi indelebilmente perché affascinati dalle semantiche espresse da
un pezzo musicale che ha un sentimento affine al nostro sentire, allora
non appaiono più soltanto sentimenti, ma simboli e con i simboli la
chiave della vita o un aspetto di questa.
Quando
osserviamo una silloge fotografica, piuttosto di una singola fotografia
che potrebbe essere limitativa, viene fuori il carattere dell’autore e
dall’insieme delle letture riformiamo, per le semantiche ricevute, uno
stato di sentimento ed emergono dei simboli che il sentimento stesso, a
loro volta, racchiudono in loro come peculiarità.
Visionando
le foto di questa raccolta, formata dal brasiliano Règnier, il primo
simbolo che mi è affiorato alla mente è quello dell’assenzio. Il
simbolo di questa pianta aromatica conduce alla mancanza di ogni dolcezza,
rappresenta il dolore, però un particolare dolore, l’amarezza e,
soprattutto, il dolore provocato dall’assenza e dall’attesa che non ha
esito felice.
In
quei bianco neri si sommano visioni diverse, non un racconto dal filo
conduttore legante una storia, piuttosto il filo del sentimento espresso
dalle immagini considerate singolarmente, ancor di più accresciuto
dall’insieme di queste; il sentimento è quello dell’attesa, molteplici
sono le tipologie di queste
attese. Sono palmizi che attendono il placarsi della tempesta; sono
geometrie che aspettano il compiersi di qualcosa con quel loro lasciar
filtrare la luce in modo spezzato da grate ed ornamenti vari, ma non
occludenti come fa la barriera della speranza nell’attesa; sono volte di
una chiesa che si evolvono nelle loro volute tanto da affascinare lo
spettatore che, da queste, aspetta un ritorno di luce illuminante
l’intimo. Sono attese dietro gli spessi vetri di un aeroporto indicanti
la realtà di una vita ancora non in grado di innalzarsi in volo; sono
attese nel chiostro che sottendono cose da attendere governate da altri e
dalle loro volontà, data l’austerità del luogo; è l’ambiguità
dell’aspettare di due donne vicino ad una porta che innesca pensieri
altri; è l’attesa davanti all’elemento primordiale per eccellenza,
l’acqua, di quel giovane che forse dal diuturno fluire del mare aspetta
l’energia per dare una mossa alla propria esistenza. L’autore pone una
panchina su cui siede una vita, confine e barriera tra il consumismo dei
negozi e l’indigenza; poi ci sono tanti mezzi di trasporto in attesa di
essere messi in movimento, pure loro nell’attesa e, per di più,
costretti ogni volta da qualche ostacolo; uno strumento simbolo di varie
accezioni, un mazzo di chiavi, perdute sull’asfalto, piccolo oggetto
inanimato che potrebbe sembrare non parlare, ma lo fa ampiamente con il
significato simbolico dell’oggetto che pare fermare un rientro alla
dimora abituale, all’intimità di cui ogni uomo ha necessità. Il
fotografo ha ripreso dei piedi, quelli di un musicista che attendono,
aspettano il tempo per iniziare il volo delle note, il battere del ritmo
in un locale chiuso, forse lo stesso ambiente dove figura un boccale di
birra pure lui in attesa di donare un leggero cambiamento umorale al
bevitore, ma la sintesi di questo sentire malinconico è la fotografia del
nulla, dove la vacuità incontra la visione effimera, l’ombra.
E’ questa figura di una non presenza, meglio dire della presenza
negata, che mi ha condotto più delle altre alla sintesi del simbolo
dell’assenzio, forse per quello che la figura vive, un transito breve, là
su un muro non patinato e, quell’ombra, parla di smarrimento nel gioco
di luci ed ombre in cui si dibatte l’umano da sempre.
Nella
fotografia di Règnier un nuovo esempio di fotografia narrativa dalla
forte potenza evocatrice di cose altre, quelle intime che percorrono una
strada singolare, quella che dagli occhi conduce al cuore, di qui si
sposta in senso ascensionale su tutta l’estensione della spina dorsale
su cui si forma una scarica di freddo,….un brivido, insomma, un brivido
in bianco e nero.
Carlo
Ciappi
31
gennaio 2008
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