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La
vastità della galleria di Fotoincontro si amplia, si conferma una pedana
di pregio e la diversità dei soggetti, meglio dire le interpretazioni dei
vari Artisti, ampliano la conoscenza, il mezzo con cui sono comunicate
offre a tutti la possibilità di poter impiegare il tempo necessario per
la lettura e l’analisi delle fotografie in oggetto, Autore dopo Autore.
E’
Orville Robertson, stavolta, a presentarci i suoi lavori, lo fa con
una carrellata di visioni notturne in un bianco nero avvincente,
morbido anche se il soggetto è denso di contrasti di luci ed ombre, offre
al lettore una visione morbida della sua notte negli U.S.A., la sua
personale notte.
Per
i Greci la notte (Nyx) era la figlia del Caos e la madre del
Cielo Uranos e della Terra Gaia; essa generò anche il
sonno e la morte, i sogni e le angosce, la tenerezza e l’inganno. Le
notti erano spesso prolungate a piacimento degli dei che fermavano le
figure dei cieli, il sole e la luna, per meglio realizzare le loro
imprese; la notte percorreva i cieli avvolta da un velo scuro su di un
carro attaccato a quattro cavalli.
La
fotografia di Robertson raffigura alcuni aspetti della simbologia greca
della notte, la richiama il lento scorrere della notte americana, lo
rappresenta con i particolari del carro trainato da mille cavalli con quel
muso di camion di acciaio vestito, lo rappresenta con la lunghezza
indefinita del tempo notturno ed ognuno che è rappresentato nelle foto
pare dilatare il suo tempo nell’oscurità insieme alla compagna di ogni
notte, quella che si legge nelle fotografie di Robertson, la solitudine.
Sono di molteplice aspetto i notturni rappresentati da Orville, forse sono
quelli più a margine della notte americana, ma non c’è dubbio che sono
quelli del nostro Artista, del suo privato sentire l’ora della quiete.
Lo rappresenta con la luce che non marca fortemente, ma delineando una
vita a cui ognuno non si può sottrarre perché frutto di una scelta di
vita, la scel ta individuale evidenziata da Robertson nei profili di
uomini e donne per mano alla compagna solitudine, voluta o cercata, per
appartarsi con l’amore o con i propri pensieri, dietro una porta ad
aspettare qualcuno, non importa chi, con i propri bambini nel parco o con
un bicchiere di qualcosa da trangugiare o sorbire lentamente. Appaio
maschere e totem, quelli generati da una città che si muove nei vortici
del suo destino, con le orme lasciate sul marciapiedi della vita o quelle
lasciate dalle scie dei fari delle strade, sono quelle prodotte da Nyx
che, puntualmente al finire di ogni giorno,
riprende il suo viaggio sul carro trainato dai soliti instancabili quattro
cavalli, che coinvolge tutti interiormente facendo dilatare, in maniera
singola e personale, l’oscurità del tempo delle tenebre.
Forse
la notte americana ha qualcosa ancora da raccontare, aspettiamo una
successiva serie di Robertson, oppure no, perchè è semplicemente questa
la sua notte perché ognuno di noi ha in cuor suo una musica diversa dal
suo simile, una privata poesia, gli occhi diversi per penetrare
l’oscurità che ammanta ciò che ci circonda, inevitabilmente.
Carlo
Ciappi, 18 agosto 2007
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