GALLERIA GRANDI AUTORI

 

ROBERTSON ORVILLE

 

di Carlo Ciappi

La vastità della galleria di Fotoincontro si amplia, si conferma una pedana di pregio e la diversità dei soggetti, meglio dire le interpretazioni dei vari Artisti, ampliano la conoscenza, il mezzo con cui sono comunicate offre a tutti la possibilità di poter impiegare il tempo necessario per la lettura e l’analisi delle fotografie in oggetto, Autore dopo Autore.

E’ Orville Robertson, stavolta, a presentarci i suoi lavori, lo fa con  una carrellata di visioni notturne in un bianco nero avvincente, morbido anche se il soggetto è denso di contrasti di luci ed ombre, offre al lettore una visione morbida della sua notte negli U.S.A., la sua personale notte.

Per i Greci la notte (Nyx) era la figlia del Caos e la madre del Cielo Uranos e della Terra Gaia; essa generò anche il sonno e la morte, i sogni e le angosce, la tenerezza e l’inganno. Le notti erano spesso prolungate a piacimento degli dei che fermavano le figure dei cieli, il sole e la luna, per meglio realizzare le loro imprese; la notte percorreva i cieli avvolta da un velo scuro su di un carro attaccato a quattro cavalli.

La fotografia di Robertson raffigura alcuni aspetti della simbologia greca della notte, la richiama il lento scorrere della notte americana, lo rappresenta con i particolari del carro trainato da mille cavalli con quel muso di camion di acciaio vestito, lo rappresenta con la lunghezza indefinita del tempo notturno ed ognuno che è rappresentato nelle foto pare dilatare il suo tempo nell’oscurità insieme alla compagna di ogni notte, quella che si legge nelle fotografie di Robertson, la solitudine. Sono di molteplice aspetto i notturni rappresentati da Orville, forse sono quelli più a margine della notte americana, ma non c’è dubbio che sono quelli del nostro Artista, del suo privato sentire l’ora della quiete. Lo rappresenta con la luce che non marca fortemente, ma delineando una vita a cui ognuno non si può sottrarre perché frutto di una scelta di vita, la scel ta individuale evidenziata da Robertson nei profili di uomini e donne per mano alla compagna solitudine, voluta o cercata, per appartarsi con l’amore o con i propri pensieri, dietro una porta ad aspettare qualcuno, non importa chi, con i propri bambini nel parco o con un bicchiere di qualcosa da trangugiare o sorbire lentamente. Appaio maschere e totem, quelli generati da una città che si muove nei vortici del suo destino, con le orme lasciate sul marciapiedi della vita o quelle lasciate dalle scie dei fari delle strade, sono quelle prodotte da Nyx  che, puntualmente al finire di ogni giorno, riprende il suo viaggio sul carro trainato dai soliti instancabili quattro cavalli, che coinvolge tutti interiormente facendo dilatare, in maniera singola e personale, l’oscurità del tempo delle tenebre.

Forse la notte americana ha qualcosa ancora da raccontare, aspettiamo una successiva serie di Robertson, oppure no, perchè è semplicemente questa la sua notte perché ognuno di noi ha in cuor suo una musica diversa dal suo simile, una privata poesia, gli occhi diversi per penetrare l’oscurità che ammanta ciò che ci circonda, inevitabilmente.

Carlo Ciappi, 18 agosto 2007